«Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,
e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.
Nessuno è mai passato di qui con la nera nave
senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,
ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose»

– Omero Odissea –

Origine delle leggende

L’origine delle leggende sulle sirene è stata tramandata e riscritta per millenni da autori diversi, ed è difficile individuare esattamente una data di nascita del mito, anche se si può dedurre che il mito delle sirene fosse largamente diffuso nell’antichita’ classica.

Seirênes (Σειρῆνες), nome plurale femminile nella antica lingua greca, nella sua forma maschile significa “vespe” o “api”, è collegato quindi alla figura di Penfredo una delle Graie, le “vergini simili a cigni”. I pittori vascolari rappresentavano le sirene anche come esseri maschili con la barba, e sia se fossero di forme maschili o femminili, si può individuare la loro natura per il corpo che richiama sempre quello di un uccello (con le parti inferiori a volte a forma di uovo) con una testa umana, a volte con braccia e mammelle, quasi sempre con artigli ai piedi non aventi però la funzione del rapimento, funzione propria delle Arpie, in quanto, altra loro caratteristica le sirene sono strettamente collegate al mondo della musica, suonando la lira o il doppio flauto(diaulos) e accompagnandosi col canto.

Nel dodicesimo capitolo dell’Odissea, Omero le descrive come “coloro che affascinano chiunque i lidi loro con la sua prova veleggiando tocca”. Le sirene incantavano, facendo poi morire, i marinai che incautamente sbarcavano. Le Sirene tentano Odisseo con l’invito “a sapere più cose”: l’invito alla conoscenza “onnisciente” che fa perdere i propri legami familiari e civili interrompendo il proprio viaggio nella vita; la loro isola mortifera era disseminata di cadaveri in putrefazione. Odisseo, seguendo il consiglio di Circe, riesce a resistere all’invito, salvandosi la vita.
Secondo il racconto le due sirene che tentarono Odisseo si uccisero gettandosi in mare perché non erano riuscite a trattenere l’eroe. Una di esse era Partenope che si arenò sulla spiaggia di ciò che diverrà la città di Napoli, e a lei vennero dedicati giochi annuali, le Lampadedromie.
Omero non descrisse l’aspetto fisico delle sirene e si pensa che ciò sia perchè sia il cantore che l’uditore conoscesse bene le forme di queste creature grazie ad altri racconti mitici.

Come Odisseo anche Orfeo, nelle Argonautiche riportate da Apollonio Rodio, salva il suo equipaggio composto dagli Argonauti: arrivati nei pressi di Antemoessa, l’isola delle sirene, gli eroi avvistarono questi esseri “simili a fanciulle nel corpo ed in parte uccelli”. Il canto delle sirene stava spingendo gli eroi a gettare gli ormeggi; a quel punto Orfeo prese la cetra Bistonia e risvegliò dall’incantesimo i suoi compagni, intonando una canzone allegra e veloce, menre le sirene si gettarono nell’abisso del mare, mutando il loro corpo in pietra.

Alcuni miti greci identificano le Sirene come figlie del dio fluviale Acheloo e di Mnemosine, o della musa della danza Tersicore, o di Calliope, oppure di Sterope, lontana discendente di Zeus; altri testi le vogliono generate da alcune gocce di sangue di Acheloo o del suo corno spezzato, altri ancora ce ne restituiscono una storia che giustifica, in parte, la loro ferocia, indicandocele come vittime di punizioni esageratamente crudeli: così trasformate da Demetra, che le condannò per la loro incapacità di evitare il ratto della figlia Persefone da parte di Plutone: le vergini sirene chiesero agli dei, secondo Ovidio, di essere trasformate in uccelli per poter meglio cercare la perduta amica Persefone.
O dalle Muse, come pegno per averle sfidate in una gara di canto che esse persero. Un’altra storia pure legata alla metamorfosi, le vede sanzionate da Afrodite, che le trasforma per metà donna e metà uccello per la loro scelta di allontanarsi dai piaceri carnali: la dea le rese metà pesci e le esiliò sull’isola di Antemoessa (che significa fiorita) corrispondente probabilmente a Ischia o a Capri, che ha un suo scoglio dedicato.

Il rapporto tra le sirene e il mondo dell’Ade è presente anche in Euripide quando, nell’Elena, la protagonista invoca le “piumate vergini” affinché la consolino con la musica del flauto e della cetra. Questo canto è in relazione con il ruolo delle sirene nei culti funerari: esse stazionavano alle porte degli Inferi con il compito di consolare le anime dei defunti con il loro dolce canto e di accompagnarle nell’Ade. Questo stretto collegamento con il mondo dei morti, testimoniato dalla ricorrente presenza delle loro immagini nel corredo delle tombe, fa supporre ad alcuni autori che le sirene fossero in origine degli uccelli in cui trovavano dimora le anime dei defunti. Ciò senza contare il ruolo che gli uccelli avevano nell’antichità come tramite fra il mondo dei morti e quello dei vivi.
Altre supposizioni vogliono la casa delle Sirene nelle regioni vicine allo Stretto di Messina, più precisamente a Scilla e Cariddi, o sotto l’Etna, in area limitrofa a Catania, al Capo Posidonio, dove si professava il culto della Sirena Leucosia, oppure a Terina, ove si venerava la Sirena Ligea. Vi è uno Scoglio delle Sirene anche nell’arcipelago delle isole Eolie, vicino a Vulcano.
Quel che sembra certo, di tante teorie incerte, è che le Sirene paiono create da una mescolanza dei miti greci con quelli nordici penetrati attraverso i popoli che invasero l’Impero romano; le straordinarie Ondine del folklore germanico non casualmente hanno molto in comune con le Sirene.

“Io ti ho amato e, ricordalo, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque.”
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)