Io son, cantava, io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!

-Dante Alighieri, La Divina Commedia –

Sirena archetipo femminile primordiale

Nell’immaginario collettivo moderno, la parola sirena evoca l’immagine di una splendida creatura per metà umana e per metà pesce che si manifesta a un pubblico esclusivamente maschile ed è capace di ammaliare con il suo fascino.
L’aspetto originario delle sirene non era però quello che conosciamo oggi, all’inizio non era presente la componente marina: si trattava di creature per metà donna (dal busto in su) e per metà uccello (dal busto in giù). Si ipotizza che questa prima raffigurazione delle sirene sia legata al doppio significato che dovevano trasmettere. La sirena doveva essere infatti una creatura bella e attraente per gli uomini, quindi dalle sembianze di donna, ma con la quale fosse impossibile procreare. Ecco perché la figura della sirena si accosta all’immagine delle arpie e a messaggi di morte. La loro natura minacciosa e letale, duplice sia nell’aspetto che nell’indole, permane nei miti omerici. Infatti, con la loro avvenenza e il loro richiamo camuffato da canto melodioso e gorgheggi cristallini le sirene avevano il potere di attirare i marinai verso i loro scogli per poi ucciderli. Stando alle parole di Omero, le sirene abitavano e agivano in piccoli branchi, come a testimoniare quanto l’unione (femminile) faccia la forza: una forza, in questo caso, capricciosa e spietata che tramuta la grazia in morte, il passaggio all’oltretomba, e l’aspetto bello e dolce, un mero strumento per ammaliare gli uomini che vi si trovano nei paraggi, al fine di accompagnarli nel cammino verso la morte.

Il passaggio delle Sirene dal cielo all’acqua resta intricato, anche se sembra possa essere fatto risalire al periodo Medioevale, durante il quale la Sirene diventa muta, e da donna/uccello diviene donna/pesce. Si ritiene che la metamorfosi avvenne per interventi da parte della Chiesa che vede nella personalita’ ambigua della Sirena minaccia e tentazione.

Da millenni infatti la donna-uccello/donna-pesce alimenta le fantasie e illude gli uomini sulla loro capacità di squarciare il velo del femmineo visto e vissuto come cuore di tenebra. Nessuno le ha mai viste eppure con un corpo definito nei particolari, sono dentro ognuno di noi, in quel territorio dove l’immaginario si impasta con la realtà: la parte impalpabile della donna, quel segreto che nessuna alchimia è stata in grado di carpire. La capacità di seduzione dell’uomo (anche se fornito di soldi, bellezza e prestigio) è niente rispetto allo scatenamento dei sensi che una femmina-femmina può mettere in moto.
A nessun uomo è dato di decifrare fino in fondo il groviglio di misteri che si annida nel cuore di una donna, di ogni donna. Una diversità biologica che si fa abisso della psiche, a cominciare dall’incantesimo della maternità. E la Sirena ne incarna tutte le sfaccettature, la luce e le ombre: vita e morte; melodia e strazio; piacere e crudeltà; calamità e asfissia; voluttà e tormento; fascino e stregoneria; richiamo suadente e antropofago annientamento; gocce di mare e antimateria.

Filo conduttore nei secoli e costante attraverso i cambiamenti culturali-religiosi-letterali, è quindi il legame delle sirene con il pericolo, la morte e l’oltretomba.
La Sirena è evidentemente un archetipo femminile primordiale, calato in quella visione che contrapponeva uomini e donne (Dorothy Dinnerstein – The Will to Change: Men, Masculinity, and Love); in ogni letteratura, soprattutto europea, è incarnazione di femmina che strega e seduce con la propria grazia e il dolce canto (cfr. Dante, Purgatorio, XIX, 19-21). Come ibrido, ricorda quanto la natura possa essere manipolata, manipolabile e infinitamente imprevedibile, così come possono essere infinite le sue sfaccettature.
Quel che permane, in ogni narrazione, tempo e cultura, è il concetto che esse richiamano, quello della doppiezza – che è anche nella loro coda – parte integrante del loro fascino misterioso; sono quasi due facce della stessa medaglia: una apollinea, l’altra dionisiaca.
Le sirene sono anche onniscienti e in grado di placare i venti, forse con il loro canto, cantando le melodie dell’Ade.
Capiamo quindi che vi sono due tradizioni apparentemente contraddittorie su queste figure mitiche: una le vuole mortifere e dannose per gli uomini, mentre l’altra le indica come consolatrici per gli stessi rispetto al proprio destino e, soprattutto, alla morte. Da notare, tuttavia, che nel primo caso nulla indica una loro natura volutamente crudele, bensì è il loro destino e la loro funzione di cantatrici/incantatrici ad essere disastroso per gli uomini.
Le Sirene in definitiva incarnano la paura, il rispetto, il desiderio e il sospetto che l’uomo nutre sulla donna; la frustrazione per l’incapacità di entrare nella sua testa, al di là degli stereotipi socio-antropologici, che non riescono nemmeno a sfiorare il vero potere della femminilità.
Lo stesso Colapesce, l’uomo degli abissi marini, anch’esso personaggio del mito siciliano, da secoli puntella il pilastro malfermo (dei tre che sorreggono l’isola siciliana) per impedire che questa cada rovinosamente sul fondo del Mediterraneo, non riuscendo a redimersi, ad affrancarsi dalla fatica restando legato alla schiavitù del sudore, per sempre, mentre le Sirene si dedicano a melodie e sortilegi.

Nella letteratura, dall Odissea in poi, l’arcano delle sirene ha trovato il suo habitat naturale nello Stretto di Messina, tra Scilla e Cariddi, perché “ […]qui, nella terra stretta in mezzo al mare, abita l’ utopia… il mito dell’ altrove”.

Quasi tutti gli scrittori siciliani si sono cimentati con questo mito. Da Stefano D’ Arrigo a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che ha raggiunto alte vette di poesia con “Lighea”, la storia di un amore solare e carnale tra un giovane professore di greco e una sirena, prototipo della donna animale. Dopo questa sconvolgente esperienza di passione immortale l’uomo per il resto della sua vita non è più capace di amare alcuna donna, Perché vede in ogni altra donna una “ammalata di morte”, una disperazione che lo porta a gettarsi in mare nella speranza di raggiungere la sua Lighea.

Secondo il libro di Dorothy Dinnerstein, Mermaid and the Minotaur, queste creature ibride uomo-animale, possono trasmettere i concetti emergenti di antichi esseri umani diversi dagli animali: “La natura umana è contraddittoria, e le nostre differenze di animali terrestri sono misteriose e profonde

Le Sirene sono diventate porzione dell’immaginario: esse sono emblema sia del mare e della sua attrattiva ma anche della sua estrema pericolosità, sia della Bellezza e, per estensione, del Sesso, due elementi indicati allo stesso tempo come invoglianti e insidiosi.

La sensualità è, del resto, punto fermo delle varie riproduzioni della Sirena: La sirena ha sempre in sé qualcosa di fiabesco e ci racconta di un archetipo femminile radicato nelle tradizioni del mondo antico dell’umanità.